Nonostante la crescita del pil la qualità  dello sviluppo del Paese nel 2017 ha segnato il passo, fermandosi ai  livelli 2016.Questo perché resta ancora grande l'area di povertà e  quella, ancora più grande, di vulnerabilità economica e sociale: sono  cresciute le diseguaglianze e si è allargata la forbice sociale mentre la ricchezza tende a concentrarsi nella popolazione ad alto reddito  peggiorando così l'indice che misura l'equità economica. E nemmeno il  lavoro è in grado ormai di preservare dai rischi" considerata l'area  sempre più ampia di precariato e part time involontario.  Complessivamente infatti la condizione di povertà coinvolge ormai  circa il 10% dei lavoratori, colpendo il cuore del ceto medio,  dirigenti e impiegati, e che al Sud conta un lavoratore dipendente su  quattro povero o quasi povero. E' questa la fotografia che il  'Rapporto 2017 sulla qualità dello sviluppo in Italia' elaborato dalla Fondazione Di Vittorio della Cgil e dall'Istituto Tecnè consegna al  dibattito politico e alle proposte che si accavallano in vista  dell'appuntamento con le urne del 4 marzo prossimo.       

"Anche se l'Italia cresce rispetto agli anni precedenti , spinta anche dal contesto internazionale favorevole e migliorano le dotazioni  strutturali del Paese, aumentano le differenze tra chi è sul treno  della ripresa e chi, invece, non è ancora salito, col risultato che  nel complesso il ceto medio è più fragile, i poveri più poveri, il  lavoro percepito più instabile e nel complesso è più difficile  migliorare le proprie condizioni economiche, sociali e professionali", si legge nel Rapporto che calcola come siano circa 12 i milioni di  italiani "che non hanno soldi per curarsi, con un'incidenza più  elevata nel Mezzogiorno e nell'area della vulnerabilità". Bloccato del tutto l'ascensore sociale che pietrifica le situazioni: "chi è povero  in Italia ha probabilità maggiori di restarlo" e nemmeno il lavoro "  che ne ha sempre costituito l'antidoto", denuncia ancora la Cgil, "è  in grado ormai di preservare dai rischi" considerata l'area sempre più ampia di precariato e part time involontari. Un peggioramento che non  conosce differenza geografica ma che al Sud conta un lavoratore  dipendente su quattro povero o quasi povero. Sono i nuovi "poveri in  giacca e cravatta", gli working poors, che rappresentano, dice ancora  la Cgil, una delle più drammatiche conseguenze di questa fase  economica che ha creato di fatto una nuova classe sociale, i  penultimi: "una grossa fetta di popolazione quelli che ha perso  speranza e coraggio, e che ritiene di non poter puntare più verso  l'alto della piramide sociale".       

Nel complesso la fotografia che emerge dal ''Rapporto 2017 sulla  qualità dello sviluppo in Italia'' è dunque un Paese spaccato in due,  con grandi e profonde differenze tra nord e mezzogiorno, con un  centro-Italia che sembra non riuscire a tenere il passo delle aree più avanzate. E cala la fiducia , denuncia ancora la Cgil, vera cartina  tornasole delle condizioni del Paese: rispetto a un anno fa, infatti,  si legge ancora nel Rapporto, "di fronte del 5% che ritiene migliorata la condizione economica della propria famiglia c'è un 28% che l'ha  vista ulteriormente peggiorare". E di quanto la forbice si stia  allargando, annota ancora il sindacato, lo si rileva tra chi ha un  reddito fino ad 850 euro netti al mese, dove la percezione del  miglioramento cala all'1% mentre quella del peggioramento sale al 49%. Né va meglio per quel che riguarda la percezione del futuro per la  propria famiglia. Il 75% pensa, infatti, che tra 12 mesi la situazione economica sarà uguale a quella di oggi mentre il 16% teme addirittura  un peggioramento come quello che si registra sul fronte delle attese  sull'occupazione nei prossimi mesi: per il 44% resterà stabile e per  il 38% farà registrare una diminuzione. Un pessimismo che finisce per  ripercuotersi sul futuro economico del Paese. Per il 32%, infatti,  sarà peggiore di oggi, per il 51% uguale e solo per il 17% migliore.  

Le dinamiche della crescita in atto non diminuiscono le  diseguaglianze né producono nuova occupazione, soprattutto di qualità: continua a crescere la concentrazione della ricchezza e,  contemporaneamente, peggiora la percezione di una parte importante del mondo del lavoro e delle famiglie italiane sul loro futuro''. Così il  segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, commenta il Rapporto. ''Un fenomeno, questo, che si tende a nascondere. Le diseguaglianze  sono state una delle cause della crisi e il loro permanere nella fase  più alta di crescita del Pil degli ultimi tre anni spiega il diffuso  pessimismo e malcontento tra le persone e le forme di risentimento  sociale di cui si alimentano i populismi'', prosegue. ''I dati  generali migliorano o sono stazionari, ma è proprio la mancanza di  fiducia nella prospettiva economica, sia del Paese che delle famiglie, che colpisce. Pochi stanno meglio, molti continuano a stare male. Al  massimo, la loro condizione smette di peggiorare'', aggiunge Camusso .       

''E' evidente - conclude - che la qualità della ripresa non è  all'altezza delle necessità; troppo forte il suo carattere  congiunturale e non strutturale, così come troppo elevata resta la  differenza tra il nord e il sud del Paese. Per questo le proposte del  sindacato insistono su investimenti produttivi, a partire dalle nuove  tecnologie digitali, sul governo dell'innovazione e sulla qualità  dell'occupazione''.                   

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