In Iran da tempo "il movimento  femminista si sta rafforzando" al punto che le donne sono le "motrici" delle proteste che stanno infiammando il Paese in questi giorni. Lo  sostiene in un'intervista ad Aki-Adnkronos International Taher  Djafarizad, presidente dell'ong 'Neda Day', evidenziando come i  protagonisti della rivolta che ha scosso la Repubblica islamica non  siano "manifestanti infiltrati dall'estero", ma persone infuriate per  la situazione economica che vogliono un nuovo sistema di governo.       

L'attivista, la cui ong prende il nome di Neda Agha-Soltan, la ragazza uccisa a Teheran e diventata il simbolo delle proteste del 2009 contro l'allora presidente Mahmoud Ahmadinejad, racconta un episodio in  particolare che, contemporaneamente alle proteste divampate a Mashad,  una delle roccaforti degli ultraconservatori e città simbolo per gli  sciiti, avrebbe innescato la rivolta antigovernativa dilagata poi in  numerose città iraniane.       

"Nel 2014 è nato un movimento femminista in Iran chiamato 'Mercoledì  Bianco'. Ogni mercoledì tutte le donne che vi aderiscono indossano un  velo bianco nei luoghi pubblici - afferma Djafarizad - Mercoledì  scorso una ragazza di nome Hyjah Nyest si è tolta il velo facendolo  sventolare su un palo in una piazza centrale di Teheran per  rivendicare i suoi diritti ed è stata arrestata". 

A Mashad, invece, numerosi manifestanti sono scesi  in piazza dopo che alcune banche che avevano spostato i loro capitali  all'estero si sono dichiarate fallite, facendo così perdere loro tutti i risparmi. Secondo Djafarizad, le proteste per i diritti delle donne  si sono saldate a quelle contro la crisi economica, il carovita e la  disoccupazione.        "All'inizio alcuni gruppi legati ai pasdaran e dunque alla Guida  Suprema, Ali Khamenei, hanno tentato di incanalare queste proteste  contro il governo del presidente Rohani, ma non ci sono riusciti. La  situazione però è sfuggita loro di mano e ora il rischio repressione è alto", sottolinea.      

  L'obiettivo ultimo della rivolta, evidenzia il presidente di 'Neda  Day', non è Rohani, ma il sistema di governo della Repubblica  islamica, in cima al quale si trova la Guida Suprema. "L'obiettivo è  Khamenei - dichiara - è lui che ha il potere, che controlla i mezzi di comunicazione e l'economia. I manifestanti chiedono che lasci il  potere e vogliono un cambiamento reale".       

"La mia idea - prosegue Djafarizad - è che Rohani,  il quale all'inizio delle proteste si è mostrato aperto al dialogo e  contrario all'uso della violenza, voglia limitare i poteri della Guida Suprema, ma è difficile che ciò avvenga perché in realtà non ha un  ruolo dominante nel sistema".       

Secondo l'attivista, i manifestanti non sono infiltrati dall'estero.  "Se davvero lo fossero - precisa - Perché le autorità hanno bloccato  Telegram e i social network nel Paese? Si tratta invece di iraniani  arrabbiati con il sistema perché non hanno visto tramutati  nell'economia reale gli effetti della revoca delle sanzioni".       

"La produzione petrolifera - spiega Djafarizad - è aumentata fino a  oltre tre milioni di barili, ma di pari passo è salita anche la  povertà perché il denaro è stato dirottato nei teatri di guerra dove  l'Iran è protagonista. Per quanto riguarda la disoccupazione siamo  oltre il 30%", ben al di sopra dunque dei dati ufficiali che la  stimano al 12%, conclude.   

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