"Se mi succederà qualcosa, la colpa sarà  del governo. In particolare del servizio segreto Sebin". A parlare è  Luisa Ortega Diaz, la procuratrice  generale del Venezuela rimossa sabato dal suo incarico dalla nuova  assemblea costituente con l'accusa di aver tradito il Paese per non  aver usato la propria carica per stroncare le proteste che da quattro  mesi tengono il regime di Maduro con le spalle al muro.       

Chavista della prima ora, convinta che la rivoluzione  bolivariana-socialista potesse riportare equità e giustizia in  Venezuela, secondo Ortega in Venezuela "non c' è più un governo". "In  teoria i governi si formano per costruire la felicità dei popoli, ma  in Venezuela l'esecutivo serve solo ad occupare illegalmente il Paese  e sfruttarne le risorse, alla faccia della gente", attacca.     

   "Io mi considero ancora la procuratrice generale del Venezuela -  continua - E gli atti dell'Assemblea sono nulli, in quanto è stata  formata attraverso un processo non costituzionale e illegittimo. Il  voto poi è avvenuto alle spalle del popolo, non con il suo consenso".  

Secondo Ortega - che sulla sospetta manipolazione dei  dati elettorale aveva aperto un'inchiesta e domandato la sospensione  dell'insediamento dell'Assemblea Costituente - il governo ha mentito  affermando che sono andati alle urne otto milioni di cittadini. "La  verità è che pochissimi sono andati ai seggi, anche se il regime ha  fatto di tutto per costringerli a partecipare. Se non lo facevano li  minacciavano di licenziarli, togliere loro i benefici, le 'borse clap' per i generi alimentari, le automobili".       

Quanto alla sua destituzione, la procuratrice sostiene di essere stata rimossa perché in possesso delle prove della corruzione del governo.  "Ho citato le tangenti milionarie pagate alla compagnia edile  brasiliana Odebrecht, ma sono solo un esempio", afferma Ortega,  aggiungendo che non smetterà di lottare: "Continuerò a denunciare le  malefatte del governo, e sollecito i parlamentari dell'Assemblea  Nazionale a fare altrettanto, non accettando di essere esautorati".