"Incrociamo le dita". Le istituzioni  europee si preparano ad un weekend di fuoco per il futuro dell'Unione  Europea, probabilmente il più importante dell'anno, che vedrà sia le  elezioni politiche italiane (più probabilmente nella giornata di  lunedì) che il risultato del referendum tra gli iscritti all'Spd  sull'accordo di coalizione in Germania.       

Nel Quartiere Europeo di Bruxelles, già mezzo svuotato in vista del  weekend (i pendolari europei sono oggi alle prese con la minaccia  neve, che in Belgio può scatenare caos caratteristici di altre  latitudini),ci si prepara ai risultati delle une e dell'altro,  entrambi importanti per il futuro dell'Ue, già traballante per via  della Brexit e della sfida allo Stato di diritto portata dalla Polonia del Pis, spalleggiata dall'Ungheria di Viktor Orban.       

Una minaccia, quest'ultima, che preoccupa la Commissione Europea "più  della Brexit", come ha detto il vicepresidente Jyrki Katainen, dato  che colpisce al cuore lo Stato di diritto. Mentre nei confronti di  Varsavia la procedura prevista dall'articolo 7 procede, Bruxelles si  prepara ad affrontare il primo weekend di marzo

- Per quanto riguarda la Germania, un sondaggio condotto  dall'istituto Ifo di Monaco di Baviera tra un campione di economisti  tedeschi prevede un 60% di sì tra gli iscritti all'Spd all'accordo di  coalizione tra Cdu, Csu e Spd. Sul voto in Italia, il viceportavoce  capo della Commissione Europea Alexander Winterstein mantiene il basso profilo: "Il presidente Juncker ha parlato on the record per quanto  riguarda le sue aspettative. Non abbiamo nulla da aggiungere: vediamo  come vanno le elezioni domenica", ha detto durante il briefing di  mezzogiorno a Bruxelles.       

La linea ufficiale dell'esecutivo comunitario sul voto in Italia l'ha  data Katainen: "Ho fiducia - ha detto - che l'Italia possa mantenere  la stabilità: tutti sanno qual è il prezzo dell'instabilità, quindi  non ho dubbi". Nessuno sa quale sarà il risultato" delle elezioni in  Italia, "spero che ci sia una qualche forma di coalizione che veda lo  sviluppo europeo in modo positivo, ma spetta agli italiani decidere.  Incrocio le dita e faccio i miei migliori auguri".       

La linea vera l'ha esplicitata il presidente della Commissione  Jean-Claude Juncker, con la solita franchezza, giovedì scorso:  "Dobbiamo prepararci - ha detto, dopo aver precisato di essere "più  preoccupato" per il voto italiano che per il referendum dell'Spd - per lo scenario peggiore, che sarebbe nessun governo operativo in Italia,  oltre ad un governo di minoranza in Spagna, perché i socialisti lì  sono ancora più deboli di un tempo. Quindi, combinando tutte queste  incertezze, l'Spd, le elezioni italiane, governi di minoranza qua e  là, potremmo avere una forte reazione dei mercati finanziari nella  seconda settimana di marzo. Pertanto, ci stiamo preparando per questo  scenario".    

Un'uscita a mercati aperti, quella di Juncker, che è  stata bollata come una gaffe e cui lo stesso politico lussemburghese  ha tentato di rimediare dopo qualche ora, quando la frittata era già  fatta (la Borsa di Milano era già caduta, recuperando poi in parte sul finale),ma che diceva la semplice verità: nessuno sa quali saranno i  risultati del voto in Italia e le preoccupazioni, anche se non troppo  esibite, ci sono.       

Lo ha confermato il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia che,  salito a Bruxelles per festeggiare i 60 anni di Business Europe,  l'associazione delle Confindustrie europee, si è sentito chiedere dai  colleghi delle altre associazioni datoriali europee, come "prima  domanda", lumi sul rischio di instabilità politica in Italia. La  presidente di Business Europe Emma Marcegaglia ha detto, dal canto  suo, di non essere "troppo preoccupata" per le elezioni in Italia di  domenica prossima, "perché - ha spiegato - l'unico caso in cui sarei  preoccupata è se prevalesse una coalizione antieuropea, molto  populista, contro l'Europa e tutti quelli che sono i nostri principi.  Al momento, con questo sistema elettorale, mi pare difficile. Non  impossibile, ma difficile". 

Difficile, ma non impossibile. Non a caso Johannes  Mueller, capo della ricerca Macro di Deutsche Bank Asset Management,  tre giorni fa ha avvertito gli investitori: "Nelle ultime settimane, i mercati sono apparsi molto rilassati in relazione alla situazione in  Italia. Ma se un partito contrario all'Ue vincesse le elezioni, i  titoli di Stato italiani e varie azioni italiane potrebbero soffrire", ha scritto. Certo, non si vedono, almeno finora, le tempeste che hanno segnato l'autunno del 2011, quando il governo Berlusconi dovette  cedere il passo a Mario Monti, sotto il maglio dello spread Btp-Bund.       

Tuttavia qualcuno si è già posizionato, in vista del voto:  Bridgewater, uno degli hedge fund più grandi del mondo, fondato da Ray Dalio (figlio di un italiano, Marino Dallolio),ha 'shortato' un  cospicuo pacchetto di blue chips italiane, anche aziende solidissime  come Eni, Enel, Intesa SanPaolo e Generali. Se Bridgewater perderà  soldi o se avrà ragione, non lo sa nessuno.      

  Il fatto è che, ha spiegato Mueller (nel report "An Italian Muddle",  "Un pasticcio italiano"),"se si guarda alle ultime tre elezioni  politiche italiane del 2006, del 2008 e del 2013, i sondaggi sono  stati insolitamente inattendibili e sono andati peggiorando" nella  loro inattendibilità. Pertanto, secondo Mueller, "i mercati potrebbero benissimo trovarsi ad affrontare una sorpresa italiana", dato che  "nelle previsioni elettorali, come in altri campi, l'esperienza  insegna ad essere umili". Di fatto, "nella nostra lettura dei dati,  che sono ambigui, crediamo che il Movimento Cinque Stelle, contrario  all'establishment, potrebbe essere distante di un normale errore  statistico dall'essere in grado di bloccare la formazione di qualsiasi realistico governo centrista pro-europeo".       

Non è solo in Italia che il lavoro dei sondaggisti si è  fatto molto più complicato: anche il referendum sulla Brexit e le  ultime elezioni presidenziali Usa sono stati segnati da clamorosi  ribaltamenti delle previsioni. Ma il referendum sulla riforma  costituzionale in Italia del 4 dicembre 2016, ricorda Mueller, "è  stato di gran lunga il maggior disastro sondaggistico di quell'anno",  dato che le riforme sono state "respinte di un margine enorme, del  18%, più del triplo della media dei sondaggi effettuati nelle  settimane precedenti al voto".       

Ciò dovrebbe far tenere bene a mente, sottolinea Mueller, "che alcune  delle nostre regole di base preferite per le previsioni potrebbero non funzionare tanto bene nel contesto italiano". Una delle difficoltà  maggiori è che, con la nuova legge elettorale, ci sono anche i seggi  uninominali, dove mancano serie storiche e dove è pertanto molto  difficile fare previsioni attendibili.        Pertanto, avverte Mueller, "confidare nei sondaggi è molto meno  consigliabile in Italia rispetto ad altri Paesi. L'errore nel  referendum del 2016 è stato solo l'ultimo di una lunga serie", cosa  che "indica seri difetti metodologici, forse legati a tassi di  risposta declinanti, in particolare nelle tradizionali interviste  telefoniche". Un governo anti Ue, in ogni caso, "non è il nostro  scenario base". Al contrario, Deutsche Bank è 'overweight', consiglia  cioè di sovrappesare, i titoli di Stato italiani, il cui spread con il Bund "è di gran lunga superiore al target". 

- E sulle azioni italiane "ci confortano i segnali  positivi dall'economia italiana e dalla crescita degli utili", che  "crediamo dovrebbero risultare superiori alla media dell'Eurozona".  Naturalmente, avverte l'economista, "ciò presuppone che la politica  non si metta di mezzo. E, per ora, questo rimane un grande 'se'". Se  questa narrativa, secondo la quale la crescita è tornata e si vede la  luce in fondo al lungo tunnel della crisi, avrà conquistato un numero  sufficiente di elettori, lo si saprà solo una volta che le urne si  saranno chiuse.     

   A Bruxelles, dunque, le dita per ora rimangono incrociate. E, se le  cose dovessero andare proprio male, c'è sempre il 'vincolo esterno'  dei mercati finanziari, che è stato molto efficace nel 2011: un leader politico, è il ragionamento, arrivato all'orlo del precipizio, si  ritrae, non ci si tuffa di testa portandosi dietro tutto il Paese.  Alexis Tsipras docet.  

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