A poche ore dalla notte di Halloween, il leader catalano Carles Puigdemont trasferisce la causa  indipendentista dalle Ramblas di Barcellona dritto al cuore del  Quartiere Europeo di Bruxelles. Un vero incubo, o almeno una bella  gatta da pelare, per le istituzioni europee, già impegnate nella sfida esistenziale della Brexit. Anche perché i catalani non sembrano avere  alcuna intenzione di andarsene presto.       

Dopo una giornata di voci, indiscrezioni e inutili appostamenti in  giro per Bruxelles, il presidente destituito della Generalitat de  Catalunya si è presentato nella sovraffollata sala stampa del Press  Club, a pochi metri dalle sedi del Consiglio e della Commissione  Europea, intorno alle 12.45, accompagnato da diversi ministri del  governo catalano, ormai esautorato dalle autorità di Madrid, che  tuttavia si considera "il governo legittimo" della Catalogna,  temporaneamente in esilio a Bruxelles, in qualità di capitale dell'Ue  e non di capitale del Belgio.      

 Puigdemont ha subito chiarito che l'obiettivo degli indipendentisti  catalani è sempre lo stesso: internazionalizzare la crisi e chiamare  in causa l'Ue, che finora ha sempre fatto orecchie da mercante davanti alle ambizioni indipendentiste della ricca e piccola Catalogna. "Con  il governo, di cui sono il presidente legittimo, ci siamo trasferiti a Bruxelles per rendere evidente il problema catalano nel cuore  istituzionale dell'Europa e denunciare anche la politicizzazione della giustizia spagnola, l'assenza di imparzialità, la volontà di  perseguire non i delitti e i crimini, ma le idee", ha scandito.  

"Alla comunità internazionale, e in particolare  all'Europa, chiedo di reagire - ha aggiunto - bisogna comprendere che  la causa dei catalani è la causa dei valori sui quali è fondata  l'Europa: la democrazia, la libertà, la libera espressione,  l'accoglienza, la non violenza". Puigdemont ha ribadito la scelta  della via 'gandhiana': "Questo governo - ha detto - avrebbe potuto  scegliere di costringere i funzionari fedeli al governo a iniziare una disputa per l'egemonia" in Catalogna, "ma ha preferito garantire che  non ci saranno scontri, che non ci sarà violenza. Non si può costruire la repubblica di tutti a partire dalla violenza".      

  E quindi, ha continuato Puigdemont, "se lo Stato spagnolo intende  attuare il suo progetto a partire dalla violenza, sarà una sua  decisione, ma non ci può trascinare verso uno scenario che tutto il  movimento indipendentista ha rifiutato in modo coerente".

Il politico  di Girona ha sfidato Madrid apertamente, in vista delle elezioni in  Catalogna: "Noi rispetteremo i risultati delle elezioni convocate per  il 21 dicembre, come abbiamo sempre fatto, quale che sia il risultato. Ma chiedo al governo spagnolo: faranno lo stesso?", ha domandato.       

"Voglio un impegno chiaro da parte dello Stato - ha continuato - sono  pronti a rispettare un risultato che dia la maggioranza agli  indipendentisti o no? Sono pronti a rispettare il risultato  elettorale, quale che sia? Noi sì". Il trasferimento a Bruxelles, ha  spiegato ancora, è stato deciso "anche per rendere evidenti al mondo  il grave deficit democratico che c'è oggi nello Stato spagnolo, nonché l'impegno e la risolutezza del popolo catalano per il diritto  all'autodeterminazione, per il dialogo e per una soluzione  concordata".       

- A dispetto delle indiscrezioni circolate alla vigilia,  in parte avallate anche dalle dichiarazioni del suo avvocato fiammingo specializzato in diritti umani, Paul Beckaert, alla Vanguardia,  Puigdemont non è 'salito' a Bruxelles per diventare un rifugiato: "Non sono venuto qui per chiedere asilo politico. Questa - ha spiegato, pur non negando le storiche buone relazioni con gli indipendentisti  fiamminghi dell'N-Va - non è una questione belga: sono qui a Bruxelles perché è la capitale d'Europa. Non è una questione che riguarda la  politica belga, non c'è alcuna relazione. Sono qui per agire con  libertà e in sicurezza".       

Il governo belga, dal canto suo, ha confermato che Puigdemont e gli  altri politici catalani sono in Belgio perché, come tutti i cittadini  europei, godono della libertà di movimento all'interno dello spazio  Schengen, e non perché siano stati invitati dal governo federale.       

"Siamo qui alla ricerca di garanzie che per ora alla Catalogna non  vengono date in Spagna - ha continuato - avete notato quale è il  titolo del documento del procuratore generale? 'Màs dura serà la  caìda' ('La caduta sarà più dura', ndr): questo denota non un  desiderio di giustizia, ma un desiderio di vendetta. E dunque, finché  ci sarà il rischio di non avere un processo che garantisca tutti, e in particolare coloro che sono stati presi di mira da gruppi molto  violenti, non ci saranno le condizioni oggettive" per tornare in  Spagna. 

- "Non scartiamo la possibilità" di tornare, ha spiegato  ancora, "ma vogliamo poter agire in modo libero e tranquillo. Insisto: non stiamo sfuggendo alle nostre responsabilità davanti alla  giustizia", ma siamo qui a Bruxelles "per avere garanzie giuridiche,  nel quadro dell'Unione Europea. Siamo qui come cittadini europei, che  possono girare liberi per tutta l'Europa. Dovremo lavorare come  governo legittimo e abbiamo deciso che il modo migliore per comunicare al mondo quello che succede in Catalogna era quello di andare nella  capitale d'Europa".       

Puigdemont ha fatto chiaramente capire che l'intenzione non è di  rimanere a Bruxelles per poco tempo. "Quanto a lungo resterò qui?  Dipende dalle circostanze - ha risposto - certo, se ci fosse la  garanzia di un trattamento equo e se fosse garantito un processo  giusto, con la separazione dei poteri, non ci sarebbero dubbi:  tornerei immediatamente. Ma dobbiamo poter continuare a lavorare ed è  per questo che venerdì sera abbiamo deciso per questa strategia", cioè l'esilio a Bruxelles.       

"Abbiamo deciso di venire non in Belgio, ma a Bruxelles - continua -  che è la capitale d'Europa. Dovete sapere che da quando il governo  spagnolo ha deciso in modo illegittimo di farci cessare dalle nostre  funzioni, tutti i membri del governo e anche i membri della Polizia  che avevano diretto tutte le operazioni contro gli attentatori di  Barcellona non hanno più alcuna protezione. Quando la polizia spagnola ha preso il controllo delle forze di polizia catalane, hanno deciso di non dare alcuna protezione ai membri del governo. E la mia stessa  protezione è diminuita enormemente". 

"Ci sono dei motivi", ha aggiunto Puigdemont, che ci  spingono ad "agire in modo più tranquillo e con maggiore sicurezza" in esilio. "Se fossimo rimasti in Catalogna con un atteggiamento di  resistenza - ha spiegato ancora - io sono convinto, in base alle  informazioni che ho ricevuto, che ci sarebbe stata una reazione di  enorme violenza da parte dello Stato, come già è successo il primo di  ottobre. Io non esporrò mai i miei concittadini a una nuova ondata di  violenza. E' per questo che agiamo in modo da non contribuire ad  alimentare questo clima di scontro, agendo contemporaneamente come  governo, senza problemi".       

E ancora, un messaggio alle istituzioni Ue: "Permettere al governo  spagnolo di non dialogare, di tollerare la violenza dell'estrema  destra, di imporsi militarmente, di metterci in prigione per  trent'anni significa farla finita con l'idea dell'Europa ed è un  errore enorme, che pagheremo tutti", ha ammonito Puigdemont. Insieme  alla causa catalana, si sono trasferite a Bruxelles le tensioni che la lotta indipendentista ha creato: durante la conferenza stampa non sono state concesse domande ai media spagnoli di lingua castigliana,  numerosissimi nella saletta, sovraffollata (la conferenza stampa si  sarebbe dovuta tenere nel Residence Palace, il centro della stampa  internazionale che dispone di una sala molto più grande, ma non è  stato possibile perché è gestito dal governo belga).       

Fuori dal Press Club, in rue Froissart, si è radunata una piccola  folla di spagnoli, e di catalani, contrari all'indipendenza della  Catalogna, che comunque ha manifestato pacificamente.

L'intenzione dei leader indipendentisti a Bruxelles è di incontrare politici europei,  per porre la questione catalana ai livelli più alti. Dovranno  probabilmente aspettare la prossima settimana, poiché i palazzi delle  istituzioni europee in questi giorni semifestivi sono semivuoti: le  scuole in Belgio sono chiuse per la pausa autunnale, dal 30 ottobre al 5 novembre, quindi molti genitori prendono qualche giorno di ferie e  lasciano Bruxelles. Il governo in esilio, in ogni caso, ha già un sito Internet ufficiale (www.president.exili.eu).