Continua il lungo colloquio con Angelo Deiana ** (Vedi in fondo la biografia) sulla globalizzazione, l'analisi sui cambiamenti e le rispste a molte domande che quotidianamente ci poniamo. - di Dario Tiengo

 

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Lei ha disegnato un cambiamento epocale che porta a un mondo molto diverso da come eravamo abituati a pensarlo. I cambiamenti trascinano con sé paure e reazioni. Quanto può essere pericolosa questa fase di transizione?

Guardi, le dò una risposta molto secca: le paure sono amplificate dai media che, in questo nuovo mondo, sono paradossalmente fra i soggetti che perdono più potere.

Eccoci, sempre colpa dei giornalisti… Ma lo spunto è intrigante: mi spieghi.

Non voglio fare polemiche. Semplicemente, mi limito a constatare che lo stesso distacco che troviamo fra potere e politica lo troviamo anche fra grandi reti internazionali e piccole realtà locali. Pensi ai grandi protagonisti dell’informazione: la Rai, Mediaset, la 7… Il tema fondamentale è come coprire a livello globale un sistema così vasto e così interdipendente. E’ difficilissimo trovare la capacità di generare attenzione da parte del pubblico.

Si parla di più nei talk show o nei social network?

E’ un problema di velocità. Questo periodo è dominato dai social network, che sono fatti dalle persone e, quindi, hanno reazioni quasi in tempo reale. Lo smartphone ci consente di essere sempre connessi ovunque siamo e di essere al contempo ricettori e produttori di informazioni. E questo spiazza completamente il sistema dei media che, da una parte di avvalgono di questo sistema e, dall’altra, per tenere alta l’audience, sono costretti a processi di spettacolarizzazione delle paure generate dai social. Un’esigenza che prima non avevano, per due motivi: primo, perché erano il principale, se non l’unico canale di informazione e, dunque, non ce n’era bisogno. Il secondo, perché non arrivando mai in tempo sul luogo del “delitto” come succede adesso, perdevano tantissima capacità di generare ansia e dunque attenzione.

Si stava meglio prima o stiamo meglio ora?

In generale, oggi si sta molto meglio di come si stava prima. Proviamo a pensare che, nel nostro cammino verso l’Europa Unita: tra la metà degli anni ‘70 e la fine degli anni ‘80, abbiamo attraversato un lungo periodo con tre dittature: Portogallo, Spagna e Grecia. Tre regimi assoluti che sarebbero totalmente incompatibili in questo momento. Così come dobbiamo ricordare che, nel 1999, abbiamo fatto la guerra alla Serbia in Jugoslavia: i conflitti li avevamo dentro casa. Andiamo sempre migliorando e questo miglioramento è generalizzato a livello globale. 500 milioni di nuovi poveri sono usciti dalla soglia dei due dollari di reddito al giorno proprio grazie a quello che possiamo definire il “reddito derivante dalla globalizzazione”.

Ma da noi la popolazione si sente più povera. E’ solo un’impressione?

In Italia, la gente si sente più povera, perché fa più fatica a soddisfare i propri bisogni evoluti da Paese quasi ricco qual è. La gente ha la percezione di essere più povera ma non lo è in assoluto.

Quindi, in realtà ci sentiamo più poveri perché abbiamo dimenticato come eravamo?

Ci scordiamo che all’inizio degli anni ‘90 abbiamo vissuto una crisi pesantissima dove, ad esempio, gli stipendi dei dipendenti pubblici sono stati bloccati per quasi cinque anni. Per non parlare degli anni ’70, con la crisi petrolifera e con la crisi sociale, durata fino ai primi anni ‘80. Pensiamo, poi, alla classe media: negli anni ‘70-80 aveva livelli di vita che non sono assolutamente paragonabili a quelli di adesso. Vale la pena di ricordare che, per essere ai livelli di quei tempi, dovremmo avere qualche baracca nei centri storici, gli sfasciacarrozze nei quartieri periferici come un tempo a Roma e a Milano, per non parlare delle industrie nelle città. Adesso ci sono migliori livelli di qualità della vita, minori livelli d’inquinamento. La nebbia a Milano è sparita. La percezione è cosa ben diversa dalla realtà.

Ma quando si dice “i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri”?

La globalizzazione e i suoi movimenti hanno permesso lo sviluppo di fasce di popolazione che viveva non solo in povertà, ma in situazione di assoluta indigenza, o di rischio della vita, in altri parti del mondo. Ha fatto sì che un pezzo della classe media – che eravamo abituati a considerare “stabile”, nei nostri Paesi industrializzati – sia andata a finire da un’altra parte. Sta in Sudafrica, in Cina, in Brasile che sono, poi, i Paesi usciti dalla soglia dei 2 dollari. Questo ha generato quello che si chiama, in termini tecnici, “effetto clessidra”: effettivamente i ricchi sono diventati più ricchi grazie alla crisi, e diverse persone, per effetto anche dell’impatto dell’euro sul nostro Paese, si sono schiacciate sulla soglia della povertà. Ma, attenzione: non perché lo fossero veramente, in termini assoluti, ma perché sono diventati illiquidi, avendo investito reddito e patrimonio in immobili. Anche in un mercato maturo come quello italiano, la quota di proprietari della prima casa negli ultimi 15 anni è aumentata del 16%. Siamo quasi all’80%. In Germania non arriva al 50%.

Tutto questo definisce un quadro non rassicurante e un futuro da costruire. Che cosa diciamo ai giovani e anche a quelli meno giovani? Come si deve essere per vivere questo secolo?

Bisogna ragionare a due velocità. Ormai tutta la nostra vita è a due velocità. Provi a immaginare di essere sulla stazione spaziale internazionale. Visti dall’alto, ci sono alcuni grandi imperi, come nel medioevo. Oggi si chiamano: UE, Nafta, cioè l’aggregazione delle economie del Nord America, l’area di espansione sul Pacifico del Giappone. Poi però si vede anche come, in realtà, i punti più illuminati della mappa siano quelli dove si produce veramente ricchezza. E i dati lo confermano: 40 città nel mondo fanno il 90% dell’innovazione e il 40% del PIL. E, quindi, significa che bisogna sempre avere un doppio occhio. Uno per non perdere l’orizzonte e uno rivolto al locale, perché il locale continua a essere uno dei fattori d’identità territoriale. Lo abbiamo detto: bisogna quasi essere schizofrenici, avere un occhio per la nicchia – quella che ci dà la possibilità di vivere e di sopravvivere tutti i giorni – senza mai perdere di vista l’orizzonte, perché è l’orizzonte che ti può portare a morire nel giro di pochissimo tempo.

In che senso?

Ricordiamoci sempre che quest’anno ricorre il decennale della commercializzazione del primo iPhone, che ha spazzato via la Nokia, il primo produttore mondiale di telefonini nel 2007. E’ la conferma che bisogna sempre vivere a due velocità. Presidiare la nicchia e guardare l’orizzonte. Anche se non si sa come andrà a finire in termini di certezze, perché ormai viviamo in una società geneticamente instabile.

In sintesi, siamo tutti delle start up? 

Altro che start-up. Nei Paesi avanzati siamo pieni di élite che vivono di rendite di posizione. Sono proprio loro quelle più spiazzate dalla necessità di essere doppi. Anche loro si sono rese conto che – per effetto di questa intelligenza collettiva che si sta sviluppando in rete – non sono più stabili e ciò le induce a una reazione eccessiva. La conseguenza: diventano ancora meno stabili. La gente non si fa più “prendere in giro”, perché ha molte fonti di informazione. Poi ci sono le asimmetrie informative…

E cioè?

In pratica, si tratta del fatto che qualcuno sa più cose di un altro. Quando qualcuno sa qualcosa che un altro non sa, chi sa stabilisce il suo sforzo, il rapporto tra il costo che rappresenta e il ricavo che può ottenere dando quell’informazione a chi è in asimmetria. Tutti i mercati sono fatti così: chi sa fa pagare un prezzo più o meno giusto a qualcun che non sa o non ha per un servizio o un prodotto. Ma la valutazione sul fatto che sia effettivamente giusto la può fare sono che effettivamente sa. Chi non sa è solo una pedina di questo piccolo, grande gioco.

La rete, quindi, ha inciso profondamente sui meccanismi commerciali?

In modo straordinario, anche perché sta eliminando anche qui la dimensione media. Perché anche nelle imprese il medio fa fatica in una rete così grande. Le cose sono due: o diventano enormi, diventano hardware nel trasporto, nelle banche, nella logistica. Per governare il mondo a livello globale, invece, vale solo un principio: le economia di scala a livello globale determinano il successo delle imprese che vogliono diventare immensamente grandi.

Lei mi sta raccontando l’inversione assoluta della leggenda: Golia che uccide Davide…

Non proprio perché la rete costringe tutti a guardare l’orizzonte a due velocità. Ad esempio, esistono imprese piccolissime che si avvantaggiano dalla possibilità di essere conosciute in rete: è quello che possiamo definire il Google inverso. Google esiste, perché esistono miliardi di siti di nicchia che Google contribuisce a trovare. Altrimenti non servirebbe a nulla. E su questo Google fa i profitti con la pubblicità. E’ l’avvento di un nuovo paradigma che cambia profondamente il precedente. Noi siamo cresciuti con il motto “Uno per tutti, tutti per uno” di illuministica memoria e ci ritroviamo in un mondo dove il motto assoluto della rete diventa “Uno per uno, tutti per tutti”. I grandi possono vincere sempre ma la rete, se è unita, è imbattibile. Anche se è fatta di tante piccolissime imprese.

Quindi, la vera ragione del successo di Google è la globalizzazione?

Esattamente. Google esiste in quanto esiste un sito di nicchia che ha bisogno di mettersi in mostra e ciò permette alle piccole società, con tanta intelligenza e pochissimi costi, di raggiungere il mercato. Queste micro entità con tanta intelligenza e strumenti globali di distribuzione in rete (pensiamo alla logistica con rating di Amazon) possono competere ormai con imprese immense.

Ma la media impresa?

La media impresa nei Paesi avanzati evapora e si ri-materializza là dove ci sono condizioni di lavoro e parametri ambientali che consentono di avere risorse umane a basso costo. Dove non gliene importa nulla delle condizioni ambientali. E, soprattutto, dove ci sono popolazioni giovani. Noi in realtà siamo ricchi e i Paesi più ricchi e industrializzati fanno sempre meno figli.

Lo sviluppo demografico è quindi centrale in questo discorso?

La demografia è potere. E la ricchezza è uno dei più grandi anticoncezionali che la storia abbia mai conosciuto. L’unico Paese occidentale in equilibrio sulla natalità sono gli Stati Uniti, perché hanno una situazione profondamente diversificata: le due fasce affacciate sugli Oceani sono ricchissime. La California, da sola, sarebbe il sesto Paese al mondo per PIL. Ma, a bilanciare ciò, gli Stati Uniti hanno gli stati centrali che sono molto meno ricchi della media dei Paesi meno ricchi della UE. Vivono di agricoltura e fanno figli come accadeva un tempo. Noi, Paesi ricchi, facciamo sempre meno figli proprio perché siamo ricchi. Ed è dove si fanno figli, come India e Cina, che sta crescendo la futura classe media dei nostri tempi.

 

FINE SECONDA PARTE (la terza e ultima parte verrà pubblicata mercoledì 12)

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** Angelo Deiana, Presidente di CONFASSOCIAZIONI (Confederazione Associazioni Professionali) e ANPIB (Associazione Nazionale Private & Investment Bankers),è considerato uno dei maggiori esperti di economia della conoscenza e dei servizi finanziari e professionali in Italia. Manager di primari gruppi bancari nazionali e internazionali, docente universitario, è autore di numerose pubblicazioni in campo economico/finanziario, Fra le sue ultime opere, “La rivoluzione perfetta”, Mind Edizioni (2014),“Il capitalismo intellettuale, Sperling & Kupfer (2007),“Il futuro delle associazioni professionali” (2010),“Come fare soldi nei periodi di crisi” (2012),“Associazioni Professionali 2.0” (2013),tutti pubblicati con il Gruppo 24 Ore. Attualmente è Consigliere Delegato di Scudo Investimenti SGR.