"Il ministro Di Maio, appena entrato in  carica, ha parlato di 'abrogazione del Jobs Act'; ma sa, il ministro,  che con questa espressione si indica un insieme di otto decreti  legislativi, ciascuno dedicato a una materia diversa, dal trattamento  di disoccupazione ai servizi per l'impiego, dalla cassa integrazione  ai servizi ispettivi, dalla materia dei licenziamenti al collocamento  dei disabili? Se il ministro Di Maio si riferisce a uno o più di  questi decreti, sarebbe bene che se li studiasse con attenzione prima  di preannunciarne l'abrogazione, della quale peraltro non c'è traccia  nel contratto di programma M5S-Lega". Così il giuslavorista Pietro Ichino, sulle ipotesi di modifica da parte del governo del Jobs Act.       

"Se invece, come mi sembra di avere capito, quando parla di combattere la precarietà -continua Ichino- si riferisce all'alto numero di nuovi  contratti a termine, questa non è materia della riforma del 2015,  bensì del decreto Poletti del 2014". Per il giuslavorista, "ridurre da 36 a 24 mesi il periodo massimo di lavoro a termine alle dipendenze da una stessa impresa, e da cinque a quattro o tre il numero massimo  delle proroghe nell'ambito del periodo massimo, è una scelta che  considero da tempo opportuna; ma temo che non possa produrre un  effetto molto rilevante".       

E, conclude Ichino, "quanto alla materia dei licenziamenti, per il  caso in cui il neo-ministro si riferisca a questa, va detto che la  probabilità di essere licenziati è rimasta la stessa prima e dopo la  riforma del 2015, come prima e dopo la legge Fornero del 2012: non è  davvero sensato imputare né al Jobs Act né alla legge Fornero un  aumento della precarietà del lavoro".    

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