Marco Biagi

Tra pochi giorni, esattamente lunedì 19  marzo, saranno 16 anni che Marco Biagi, il professore di diritto del  lavoro che sognava e lavorava per un'Italia più moderna, più europea e soprattutto per un mercato del lavoro più inclusivo, non c'è più. A  fermarlo, nella sua Bologna, mentre tornava a casa in bicicletta,  furono i proiettili sparati proprio il 19 marzo del 2002, dai  terroristi delle Nuove Brigate Rosse.       

"Marco -ricorda Pietro Ichino, professore ordinario di  Diritto del lavoro all'Università statale di Milano- rifiutava il  dualismo tra protetti e non protetti che caratterizzava in Italia il  mondo del lavoro, con le centinaia di migliaia di assunti in nero e di co.co.co. esclusi dalle protezioni riconosciute ai lavoratori  regolari".      

  "Era convinto -racconta Ichino- che per estendere a tutti il campo di  applicazione del diritto del lavoro era necessario redistribuire al  tempo stesso le protezioni e il peso della flessibilità indispensabile al sistema produttivo. Sapeva bene che di fatto lo Statuto dei  lavoratori, con il suo articolo 18 sui licenziamenti, si applicava  soltanto a metà degli italiani in posizione di dipendenza sostanziale  da un'impresa; ma sperimentava anche la difficoltà di spiegare, a chi  vi si aggrappava come a chi ne era escluso, che estendere quel regime  a tutti era una scelta impossibile".  

- "Il solo modo per proteggere chi lavora, secondo quanto  si poteva osservare nei Paesi del Centro e Nord Europa, era (come è  oggi) -spiega Ichino- favorire la proliferazione delle imprese che  hanno bisogno di lavoro e assicurare a tutti la possibilità effettiva  di scegliere tra le opportunità esistenti, quindi di muoversi nel  mercato del lavoro in condizioni di sicurezza. E fare sì che perdere  il lavoro non sia una tragedia, in nessuna età della vita, perché  esistono servizi efficaci di informazione, riqualificazione e  collocamento su misura per ogni categoria, addirittura per ogni  singola persona".       

Il nome di Marco Biagi è associato a una legge delega, la n. 30 del  2003, varata quando lui era già scomparso. La legge e il decreto  legislativo di attuazione hanno avuto una storia sofferta che ha poi  portato ad etichettare Biagi come 'padre della precarietà'. Ma,  avverte Ichino, sono accuse ingiuste perché "in quella legge e in quel decreto non c'era alcuna norma che favorisse la precarietà".       

"Ho sempre sfidato chi lo sosteneva a indicare un solo tipo di  contratto di lavoro precario che non esistesse già prima di quelle  norme -sottolinea il giuslavorista- e che sia stato da esse istituito; nessuno ha mai saputo indicarmene uno solo. C'è, nella legge Biagi, un tipo di contratto nuovo: lo staff leasing; ma è un contratto a tempo  indeterminato, con applicazione del vecchio articolo 18! Viceversa, in materia di contratti di collaborazione continuativa quella legge ha  introdotto una netta restrizione: quella che ammetteva il contratto  solo in presenza di un progetto che avesse un preciso inizio e un  preciso termine finale. Infatti, da allora, il numero dei co.co.co. ha incominciato a ridursi".        

Nella legge Biagi e nel decreto, poi, c'erano anche  molte altre cose. A 15 anni di distanza e dopo svariate riforme delle  leggi sul lavoro, possiamo affermare, spiega Ichino, che "in realtà,  il novanta per cento del testo della legge-delega, e gran parte del  testo dello stesso decreto attuativo erano stati già scritti da Marco  prima di morire. Chi sosteneva che le legge non dovesse portare il suo nome non conosceva la realtà. Quella legge era stata interamente  ideata da lui e prefigurata nel Libro Bianco del 2001, e quasi  interamente scritta di suo pugno".       

"Quasi tutto" di quella legge è rimasto nel nostro ordinamento del  lavoro attuale. A riprova, sostiene Ichino, "di quanto pretestuosi  fossero gli attacchi furibondi che a quella legge vennero da gran  parte della sinistra: dopo il 2003 si sono avvicendati tre governi di  centrosinistra, che avrebbero potuto abrogarla, e invece l'hanno  soltanto scalfita marginalmente".       

"Nel 2015 -ricorda Ichino che è stato parlamentare durante l'ottava  legislatura della Repubblica (1979-1983),e senatore dal 2008 fino a  pochi giorni fa- abbiamo abolito il 'contratto a progetto', cioè la  forma della collaborazione continuativa autonoma prevista dalla legge  Biagi, perché si è scelto di andare oltre quella restrizione,  sopprimendo del tutto la possibilità di assumere in quel modo chi  lavora continuativamente dentro il perimetro aziendale. Ma per il  resto l'impianto della legge Biagi, come del resto quello della legge  Treu del 1997, ha retto benissimo sia alla tempesta economica della  grande crisi, sia alle tempeste politiche che l'hanno investita".        

Il rapporto tra Biagi, studioso e anticipatore di  tendenze, e la politica, non è stato sempre facile. "Marco, come tutti i riformisti seri, sperimentava -osserva Ichino- la difficoltà di  spiegare ai 'non addetti ai lavori' che il modello del posto fisso  garantito a vita ha incominciato a declinare, a essere eroso dalle  assunzioni in forma precaria e senza protezioni (le collaborazioni  autonome continuative) poco dopo che quella garanzia era stata  istituita con lo Statuto dei lavoratori del 1970, e non certo per  effetto delle leggi emanate successivamente".       

"La difficoltà, inoltre, di spiegare che a quel declino ha contribuito una straordinaria accelerazione del ritmo di invecchiamento e  sostituzione delle tecniche applicate, quindi anche del ritmo di  creazione ed estinzione dei rapporti di lavoro e delle stesse imprese; che quell'accelerazione ha prodotto pure un forte aumento delle  disuguaglianze di produttività, quindi di reddito, tra i lavoratori; e che questo fenomeno non riguarda solo l'Italia, ma in uguale misura  tutti i Paesi sviluppati", dice Ichino, convinto che le idee di Biagi  abbiano cambiato questo Paese.       

"Il fatto che l'impianto della sua legge abbia retto bene a tutte le  tempeste, economiche e politiche, dimostra che le idee di Marco hanno  inciso davvero. E hanno contribuito ad allineare il nostro diritto del lavoro rispetto ai migliori standard dei Paesi dell'Occidente  industrializzato", conclude.    

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