'Perché non firmo il Manifesto europeista  di Calenda'. Questo il titolo della lettera di Stefano Parisi  pubblicata sul 'Foglio' di oggi. Invitato a firmare da Andrée Shammah, "amica di lunga data", Parisi declina e spiega: "L'iniziativa di  Calenda è sicuramente lodevole, si muove nel solco dell'Ulivo e di  tutti i tentativi fatti negli ultimi 25 anni di allargare il fronte di sinistra sempre lacerato da profonde divisioni e personali  rancori.Però -avverte- quello non è il mio manifesto".       

"Io credo -spiega Parisi- che una nuova forza politica che voglia  sconfiggere la cultura dell'invidia, dell'odio, del rancore, dell'uno  vale uno, dell'ostilità al merito, del giustizialismo e dell'invito  alla delazione, dei diritti senza doveri, della spesa pubblica che  risolve tutti i problemi, del popolo contro l'élite, debba evitare la  retorica europeista ma guardare in faccia la realtà". Parisi descrive  questa realtà in 12 punti.       

Primo. Le politiche economiche dell’Italia da quando siamo entrati nell’Euro, invece di ridurre il debito (come promesso) e affrontare il problema strutturale della competitività del nostro sistema produttivo (fino ad allora drogato dalla debolezza della Lira) hanno aumentato la spesa corrente e il debito portandolo dal rapporto del 100% del Pil al 135% di oggi.  Di queste politiche sono stati responsabili sia i governi di Centro Sinistra che di Centro Destra.  

Secondo. Il Pil dell’Italia è crollato più della media europea negli anni della crisi  ed è cresciuto meno della media europea nella debole ripresa.  E questo  con  i Governi di Centro Destra e di Centro Sinistra (non so dove Calenda abbia visto “negli ultimi anni una robusta crescita economica”).

Terzo. L’anti-europeismo strillato fuori dai vertici e sui sociale scarica su Bruxelles e sulla Merkel le responsabilità della povertà italiana non nasce oggi con Di Maio e Salvini.  All’Italia, se vuole tornare a contare in Europa non basterà avere dei ministri educati,  laureati e europeisti, ma deve tagliare il debito e la spesa pubblica, tornare a crescere, far lavorare tutti di più, giovani e anziani. E soprattutto mantenere gli impegni.

Quarto. Il problema per gli investimenti non sono i soldi del bilancio UE ma la nostra capacità di spenderli. Finché avremo le Regioni inefficienti, il codice degli appalti varato dal Governo di CSX e l’ANAC, non saremo in grado di fare non solo la manutenzione ma neanche di demolire le opere crollate.  E questa non è colpa di Salvini e Di Maio.

Quinto. Per governare l’immigrazione non serve che il Ministro degli Interni vada personalmente a Ventimiglia in divisa.  Come non servono le marce che molti firmatari del manifesto europeista fanno per l’integrazione.  Serve un’Italia forte e autorevole in Europa, che stringa alleanze con i partner europei, che non perda credibilità implorando flessibilità di bilancio, che non si rifugi sempre dietro le Nazioni Unite per paura del suo Parlamento, ma lavori per una politica estera e di difesa comune, premessa indispensabile per portare stabilita e sviluppo nei paesi di origine. 

Sesto. Eludere il problema del terrorismo islamico, della persecuzione nel mondo degli ebrei e dei cristiani, ignorando che questo scontro, interno al mondo islamico che si consuma nei quartieri delle città europee, indebolisce il ruolo e le prospettive della costruzione di una nuova Europa, più forte e sicura.

Settimo. Per creare lo sviluppo servono investimenti. E le aziende investono se l’economia italiana è competitiva.  Per questo dobbiamo rendere efficiente l’amministrazione pubblica, abbassare le tasse e il costo del lavoro, dare la certezza del diritto.  La PA non deve più essere usata dalla politica  come ammortizzatore sociale e deve essere trasformata con le tecnologie digitali in un luogo leggero e poco costoso. Meno dipendenti, più giovani e più formati. 

Ottavo. Il mercato del lavoro deve essere flessibilizzato.  Deve essere superato lo statuto dei lavoratori (garanzie solo per i garantiti) ma deve essere adottato uno statuto dei lavori e la dinamica salariale e organizzativa deve essere sviluppata in azienda e non nelle strutture burocratiche del sindacato. Il Jobs Act era solo un timido inizio.

Nono. E soprattutto bisogna riformare la giustizia.  Non con cene di gala ma con la separazione delle carriere, con la responsabilità dei magistrati, con la riforma del CSM, e con la netta separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Netta.

Decimo. Il problema della conoscenza in Italia è il frutto di politiche fatte negli ultimi 40 anni. Le riforme che si sono susseguite (tranne pochi casi) sono state sempre orientate ad assecondare il sindacato mai a fare una scuola più competitiva. Le università possono diventare fattore di crescita economica solo se si aprono, abolendo il valore legale del titolo di studio e dando vera autonomia, innanzitutto finanziaria, non autonomia autoreferenziata.

Undicesimo. Il problema delle disuguaglianze non lo si risolve dando a tutti il diritto di essere uguali e di aver un reddito senza lavorare, ma innervando nella società una sana cultura del lavoro, del dovere verso la propria famiglia, la propria comunità.  Lavorare di più, solo cosi possiamo crescere, tornare forti e essere considerati nel mondo.

Dodicesimo. Sono gli individualismi e la cultura dei diritti che hanno creato l’egoismo la rabbia e il rancore che sono la cifra della nostra società. Che hanno cancellato la coesione sociale e la cultura del rispetto per gli altri, dei limiti della libertà individuale se sovrasta la libertà degli altri.