di Antonio Atte - Gregorio De Falco chiede di tornare 'a bordo'. E' ufficialmente partita la battaglia legale tra il senatore ex 5 Stelle e i vertici del Movimento. L'ex capitano di  fregata ha deciso infatti di impugnare il provvedimento di espulsione  decretata dal collegio dei probiviri M5S lo scorso 31 dicembre, dando  mandato all'avvocato Lorenzo Borrè ('bestia nera' dei pentastellati  alla luce dei vari ricorsi vinti in passato) di procedere con l'atto  di citazione nei confronti dell'Associazione M5S nella persona del  capo politico Luigi Di Maio, depositato presso il Tribunale ordinario  di Roma.       

Provvedimento di espulsione che - si legge nel documento in possesso  dell'Adnkronos - viene giudicato dal ricorrente "gravemente ingiusto e illegittimo sotto molteplici profili" a partire dalla "volontaria  lesione delle guarentigie costituzionali sancite dall'articolo 67"  della Carta, in base al quale "ogni membro del Parlamento rappresenta  la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato". A De Falco i probiviri M5S avevano contestato, tra i vari punti, la mancata partecipazione al voto in Aula del 'decreto Genova' e al voto di  fiducia su un emendamento del governo al 'decreto sicurezza'.       

In particolare, secondo i vertici grillini, De Falco non avrebbe  rispettato l'articolo 3 del Codice etico, il quale tra l'altro obbliga il parlamentare "a votare la fiducia, ogni qualvolta ciò si renda  necessario, ai governi presieduti da un presidente del Consiglio dei  ministri espressione del MoVimento 5 Stelle". Ma per Borrè si tratta  di "una fiducia in bianco che contrasta apertamente con il dettato  dell'articolo 67 e 68 della Costituzione. Il giudice - spiega  l'avvocato all'Adnkronos - dovrà stabilire se un atto negoziale,  imposto dal capo di un partito, possa prevalere sulle prerogative  costituzionali".  

- De Falco, rimarca Borrè, "si è sempre mosso in modo  ortodosso rispetto ai principi del Codice etico, non si è mai  sottratto al principio della concertazione democratica. E' stato posto un voto di fiducia su questioni che vanno contro non solo il programma elettorale del M5S ma anche contro la coscienza del parlamentare.  Espellere un parlamentare sul presupposto della violazione episodica  di un vincolo, quello di mandato, vietato dalla Costituzione, esula da una visione democratica e improntata ai diritti costituzionali. Uno  Statuto di un partito non può porsi contro i diritti costituzionali".       

"Se la Costituzione vieta il vincolo di mandato, e il vincolo viene  inserito in uno Statuto, in un Codice etico - osserva ancora il legale 'spina nel fianco' del M5S - è comunque nullo perché contrario al  dettato costituzionale. Non si può far entrare dalla finestra quello a cui la Costituzione sbarra la porta".       

Per De Falco quel provvedimento di espulsione è illegittimo anche per  una serie di altri motivi. In primis, scrive Borrè nell'atto di  citazione, la nomina di Riccardo Fraccaro, Nunzia Catalfo e Jacopo  Berti quali componenti del collegio dei probiviri è avvenuta "in  violazione dello Statuto" del M5S: in particolare Berti "è stato  nominato in sostituzione della signora Paola Carinelli a seguito di  votazione in rete avvenuta il 6.9.2018" con scelta "limitata ad una  rosa di tre candidati", proposta dal garante Beppe Grillo "in  violazione" dell'articolo 10 dello Statuto M5S, il quale, prosegue il  legale, "prescrive che la scelta avvenga tra una rosa di almeno cinque candidati".  

nche "laddove si ritenessero valide le (eventuali)  nomine di Nunzia Catalfo e Riccardo Fraccaro", il collegio dei  probiviri "risulterebbe costituito da due soli membri, di cui uno  (Riccardo Fraccaro) in aperto conflitto d'interessi in quanto  ricoprente contestualmente la carica di ministro per i rapporti con il Parlamento (e quindi membro del Governo che non ha ricevuto in due  occasioni il voto di fiducia del senatore De Falco, motivo  quest'ultimo del provvedimento di espulsione qui impugnato)", si legge ancora nell'atto.       

Non è tutto. L'assenza dall'aula contestata all'ex capitano di  fregata, scrive ancora Borrè, "non può in alcun modo configurare  violazione del comma 6 dell'articolo 3 del Codice etico". Perché?  "L'irrilevanza disciplinare di tale condotta" è "confermata" dal fatto che "la stessa senatrice Catalfo risulta aver votato tre volte in  difformità delle indicazioni del Gruppo ed essere stata assente a ben  200 votazioni su 2.209" così come il senatore Ciampolillo ha votato 21 volte in difformità ed è stato assente a 143 votazioni", viene  sottolineato nel ricorso.        L'elenco di Borrè non si ferma qui: "La senatrice Piarulli ha votato  14 volte in difformità ed è stata assente a 15 votazioni; il senatore  Lorefice ha votato 13 volte in difformità ed è stato assente a 9  votazioni; il senatore Mantero ha votato 13 volte in difformità ed è  stato assente a 91 votazioni; il senatore Romano ha votato 11 volte in difformità; il senatore Castiello ha votato 10 volte in difformità ed  è stato assente a 81 votazioni e il conto potrebbe continuare  coinvolgendo quasi tutti i senatori, di cui nessuno è stato raggiunto  da provvedimento disciplinare per tali motivi".     

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