'Lo faccio finire peggio del giudice  Falcone. Lo farei diventare il tonno buono''. Era il dicembre del 2013 e il boss mafioso Totò Riina chiacchierava in carcere con un altro  detenuto, durante l'ora di socialità. Il destinatario di quelle  minacce di morte era il pm antimafia Nino Di Matteo, allora sostituto  procuratore a Palermo e oggi pm della Direzione nazionale antimafia.  Un tarlo fisso, quello di uccidere il pm Di Matteo, per il boss di  Corleone, arrestato il 15 gennaio del 1993 a Palermo dopo quasi un  quarto di secolo di latitanza e morto alle 3.37 di questa notte nel  reparto detenuti del carcere di Parma.       

Ma non era l'unica minaccia a distanza inviata a Di Matteo. Sempre dal carcere erano arrivati diversi 'siluri' al magistrato, oggi il più  scortato d'Italia. "Organizziamola questa cosa - sussurrava con tono  deciso - facciamola grossa e non ne parliamo più, perché questo Di  Matteo non se ne va. Dobbiamo fare un'esecuzione come quando c'erano i militari a Palermo", aveva detto al suo commilitone in un'altra  conversazione intercettata in carcere.       

Nell'estate 2017, dopo un ulteriore peggioramento delle sue condizioni di salute, i legali di Riina avevano chiesto al Tribunale di  sorveglianza di Bologna il differimento della pena. Richiesta  bocciata. Pochi giorni prima, durante un'udienza del processo sulla  cosiddetta 'trattativa' tra Stato e mafia, era stato lo stesso pm Di  Matteo a non credere alle gravi condizioni di salute di Riina e a  ribadire in aula: ''Totò Riina è perfettamente lucido''. 

- Negli ultimi mesi il Capo dei capi era apparso prima  sulla barella e poi, più di recente, aveva rinunciato a presenziare  alle udienze del processo trattativa. Ma Di Matteo aveva ribadito:  ''Riina è lucido e orientato nel contesto. Abbiamo depositato in  segreteria la relazione di servizio di un agente penitenziario su  alcune esternazioni in carcere del boss. In concomitanza dell'udienza  del 30 marzo scorso del processo sulla trattativa Stato-mafia, Riina  aveva parlato dei rapporti tra Ciancimino e Licio Gelli, dei suoi  rapporti con Provenzano e della morte dell'ex vice del Dap, Francesco  Di Maggio'', aveva detto nel corso del dibattimento il pm Nino Di  Matteo.       

Neppure la malattia ha mai scalfito il boss mafioso, considerato fino  a ieri il numero uno di Cosa nostra. Pochi mesi fa, Riina,  intercettato mentre parlava con la moglie, Ninetta Bagarella, aveva  detto: "Io non mi pento ... a me non mi piegheranno". ''Mi posso fare  anche 3000 anni, no 30 anni", aveva detto ancora, per dimostrare la  sua forza vitale. A gennaio, il capo dei capi si era anche detto  disponibile a rispondere alle domande dei pubblici ministeri; poi,  qualche giorno dopo, ci ripensò. Nei mesi corsi il capo dei capi si  era anche detto disponibile a rispondere alle domande dei pubblici  ministeri; poi, qualche giorno dopo, ci ripensò e non se ne fece più  niente.

Una vita all'insegna della violenza, quella di Totò  Riina. E della latitanza. Vissuta sempre, o quasi, con la sua  famiglia. Fino al giorno del suo arresto, in via Bernini, in una  fredda giornata invernale, il 15 gennaio 1993. Di lui, poco tempo fa,  due mafiosi, intercettati, dicevano: ''Se non muoiono tutti e due,  luce non ne vede nessuno". E il riferimento era per Riina e  Provenzano. In altre parole, con Riina in vita sono state bloccate  tutte le 'promozioni' in Cosa nostra.       

Il 10 dicembre 1969 Riina fu tra gli esecutori della cosiddetta  'strage di Viale Lazio', che doveva punire il boss Michele Cavataio.  Nel periodo successivo Riina sostituì spesso Liggio nel "triumvirato"  provvisorio di cui faceva parte assieme ai boss Stefano Bontate e  Gaetano Badalamenti, che aveva il compito di dirimere le dispute tra  le varie cosche della provincia di Palermo.       

Riina ha scontato 26 condanne all'ergastolo per decine di omicidi e  stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del '92 in  cui persero la vita Falcone e Borsellino e quelli del '93, al Nord  Italia. E alle 3.37 si è spento portando con se nella tomba tutti i  segreti e i misteri della Cosa nostra degli ultimi 50 anni.      

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