Intervista esclusiva a Gaetano Quagliariello presidente di Idea su centrodestra, legge elettorale, scuola, globalizzazione e i temi dell’iniziativa politica del suo movimento

di Dario Tiengo - “Minoranza creativa” così Gaetano Quagliariello ha definito la sua “creatura”. Ha costruito Idea, un movimento che ha al centro della sua iniziativa l’obiettivo di costruire un centrodestra conservatore, liberale  e cristiano. Professore universitario, 57 anni, ordinario di Storia contemporanea alla Luiss, è uno degli intellettuali coinvolti nella politica (dall’ex Presidente del Senato Marcello Pera) che hanno regalato al paese energie e idee. E proprio Idea (Identità e Azione) è il  movimento che ha creato. Senatore, eletto prima con Forza Italia, poi con il Popolo delle libertà infine con il Nuovo Centrodestra si sta prodigando in queste elezioni amministrative per appoggiare ovunque i candidati del centrodestra, per far vincere la prospettiva per cui sta lavorando.

Lei è un liberale che viene da lontano, in gioventù si è impegnato da radicale.  Oggi nel centrodestra sembra ci sia un proliferare di liberali, c’è Parisi, ci sono i liberali dentro forza Italia, c’è persino una corrente liberale nella Lega nord. Come si pone Idea in questo universo?

Innanzitutto rivendico un filo di coerenza ma anche un’evoluzione. Ho un grande rispetto e riconoscenza nei confronti di chi mi ha consentito una formazione di tipo liberale negli anni 70, quando l’Italia soprattutto nei licei si divideva tra comunisti e delle piccole enclave fasciste. Detto questo la mia esperienza radicale è stata un’esperienza adolescenziale. È stato un punto di riferimento anche per differenza. Mi sono poi orientato verso un liberalismo di tipo conservatore.

Differente da quello moderato?

Chi conosce la storia sa che liberalismo conservatore non è un’antinomia rispetto a un riformismo di tipo moderato. Credo che siamo in un momento di forte rifondazione delle proposte politiche.

E quindi sono venuti a mancare riferimenti come destra e sinistra?

Non è vero che sono venute meno destra e sinistra. Ci sono principi che rimangono dei punti di riferimento, quello che è cambiato sono i problemi a cui questi principi si applicano. L’agenda del 21esimo secolo è un’agenda è completamente diversa da quella del secolo precedente.

Ad esempio?

Consideriamo tre temi, ma ne potrei citare molti di più. Uno è l’immigrazione. Fondamentalmente questo problema del 21esimo secolo qualche decennio fa sarebbe stato in fondo all’agenda politica. Vengono poi il welfare, la sicurezza sociale e il lavoro giovanile che non si possono considerare nello stesso modo nel momento in cui hai una società in cui i patti di stabilità sono cresciuti enormemente e la vita allo stesso tempo si è allungata portando con sé nuovi bisogni. Infine la questione antropologica In passato pensare che la legislazione si sarebbe dovuta porre il problema di regolare situazioni in cui ci sono tre mamme: quella biologica, quella che ti porta in grembo e quella sociale, che alle volte è anche un uomo, sarebbe stato fantascienza. Oggi è un dato di fatto.

C’è un altro tema, la scuola, state avviando iniziative?

Penso che serva una grande stagione di riforma per la scuola e l’Università italiana. Con i conti pubblici, e la situazione in cui si trovano, se noi calcoliamo il costo standard per studente, che viene fuori dalla scuola pubblica, nonostante una condizione assolutamente insoddisfacente degli insegnanti, rischiamo di non poter assicurare l’istruzione obbligatoria per tutti. Il vero problema è che fino ad oggi il tema tra l’istruzione pubblica e privata è stata posto in termini fondamentalmente ideologico-religiosi, anche perché a lungo l’istruzione privata è stata considerata cattolica.

Si può cambiare?

Ci sono gli estremi perché questo discorso venga posto in un’ottica completamente nuova di sistema e di “efficienza”. Innanzitutto con una divisione dei compiti. Il compito dello Stato, che è fondamentale, più che fornire istruzione è quello di un controllo di qualità. Esistono degli standard che devono essere rispettati. Fatto questo, viene calcolato il costo standard dello studente che può essere esteso nelle diverse proposte educative che superano il controllo di qualità imposto dallo Stato. Sia pubblico sia privato. Questo implica un abbassamento dei costi, un risparmio per lo Stato e innesca un meccanismo concorrenziale.

Avete in programma di presentare un progetto di legge?

Vogliamo presentare un progetto di legge e una petizione. Una petizione online. Ne vorremmo fare un tema di discussione.

Lei ha fondato Idea, acronimo di Identità e Azione. Con che obiettivo?

Il nostro compito è quello di provare ad applicare dei principi e quindi delle identità a dei problemi nuovi. E a derivare da questo anche un programma politico che sia in gran parte inedito.

Con che obiettivo? Un altro partito?

Mi rendo perfettamente conto che questa nostra esperienza è un’esperienza di passaggio, che aggrega un gruppo in vista della formazione di qualcosa di più grande. Questa legislatura fondamentalmente ha fallito i suoi obiettivi. Doveva essere una legislatura nella quale si prendeva atto che era successo qualcosa di stravolgente nella biografia elettorale del Paese. Da due poli si è passati stabilmente a tre. E dunque alla luce di questo si riscrivevano delle regole assieme e si  mettevano a posto i conti pubblici.

E invece?

Avremmo avuto 24 mesi di tempo per aggiornare le rispettive proposte politiche e avremmo avuto un Paese “più normale”. Alla fine di questa legislatura il progetto di fare delle riforme insieme è stato piegato alle esigenze personali di quello che era il premier. I conti pubblici non sono stati messi al sicuro. E mi pare che il lavoro di adeguamento delle culture politiche tradizionali all’agenda del 21esimo secolo sia solo all’inizio.

Lei parla di 21esimo secolo ma oltre ai problemi che lei ha citato al centro del dibattito c’è la globalizzazione che porta con sé il ridisegno della politica dei partiti. Non crede che sia quello il problema vero?

Credo che quello sia uno degli innesti e che non vada trattato con superficialità. La globalizzazione non è né una cosa buona né una cattiva. È un fatto che esiste, che devi saper orientare. Porta a un ampliamento dei mercati, ma occorre avere ben chiaro cosa implica un mercato e che gli attori devono entrare e concorrere in condizioni di parità.

La politica fa fatica a governare questi processi e, anzi, uno dei fenomeni che avanza è l’azzeramento di vecchie élite e la costruzione di nuove. Che ne pensa?

I politici oggi contano di meno. La politica conta di meno. Ma credo che la politica abbia comunque una funzione imprescindibile. E credo anche che annullarla sia un grande errore soprattutto per quei Paesi, come il nostro, per cui la politica è sempre stata una religione. L’Italia unita si è fatta grazie alla risposta della politica. Se non ci fosse stata la politica non si sarebbe fatta. Nel secondo dopo guerra siamo stati un Paese che ha subìto la resa incondizionata. È stata inflitta a noi e alla Germania e ne siamo usciti grazie alla politica.

Oggi forse manca qualcosa…

In effetti c’è un problema. La politica in passato era fatta di élite che hanno saputo interpretarla come risorsa. La destra storica nel Risorgimento, la classe politica degasperiana poi. Oggi non sembra che ci sia una élite all’altezza della globalizzazione.

Da qui nasce lo spazio per l’antipolitica?

I movimenti antipolitici sono quelli che colgono la crisi delle élite e nel momento in cui devono giocare la partita rendono evidenti tutti i loro limiti. Possiamo usare la metafora calcistica: sono partiti che sommano a loro vantaggio l’autogol che fanno le squadre che stanno in campo. Nel momento in cui devono indossare la maglietta e giocare la loro partita se ne vedono i limiti. E la partita la perdono nove volte su dieci.    

Adesso andremo a fare i conti con le elezioni. Lei è accreditato come uno dei più autorevoli costituzionalisti che abbiamo cosa pensa del dibattito e delle proposte di legge elettorale?

Tenga conto di una cosa. Le leggi elettorali sono degli strumenti empirici approssimativi e la loro validità dipende dal contesto istituzionale e dal contesto storico. Il contesto istituzionale italiano è scassato perché non abbiamo fatto la riforma; quello storico è abbastanza disgraziato, nel senso che noi ci troviamo in una situazione nella quale fondamentalmente abbiamo tre grandi poli che si equivalgono. Questa cosa rende difficile il compito di favorire il governo del Paese con qualsiasi sistema elettorale. E annulla abbastanza la differenza che c’è tra maggioritario e proporzionale.

Si sta profilando l’accordo fra i maggiori partiti, M5s compreso anche se nelle ultime ore sembra ci siano passi indietro…

Penso che sarebbe una buona cosa che il sistema elettorale fosse votato da un arco ampio di forze perché il fatto che le regole coinvolgano tutte le forze politiche è un fatto positivo. Se veramente il Movimento 5Stelle voterà  la legge sarà un fatto positivo.

Bene anche la soglia del 5%?

Ora parlo in termini di sistema e anche contro i miei interessi. Quando non hai un meccanismo che ti dà una maggioranza sicura, quanto meno quel meccanismo deve chiudere la frammentazione. Se non hai la maggioranza  l’attivazione frammentata diventa molto difficile. Si deve cercare di portare le forze a coagularsi.

Forza Italia, la Lega, voi, Parisi, Fratelli d’Italia, il progetto è lo stesso? È quello di  costruire un grande centrodestra intorno a Forza Italia o ognuno per sé e poi si vedrà?

Spero di poterli incontrare lungo la strada. Il mio progetto è quello di costruire una forza conservatrice, liberale, cristiana che sia maggioritaria all’interno del centrodestra, che torni ad essere maggioritaria all’interno del Paese. Che non crei una frattura insanabile con la Lega e i suoi elettori

È quello che rimprovera a Parisi?

Credo che Parisi abbia fatto quel risultato a Milano perché lo hanno votato gli elettori leghisti. Queste considerazioni possono essere la differenza tra me e Parisi.

Ma i colonnelli di Forza Italia sono più o meno disponibili al dialogo di sei mesi fa?

 Nel dialogo bisogna avere rispetto di tutti. In Forza Italia c’è una leadership  forte  e il motivo per il quale non si è rientrati, per quello che mi riguarda, è che io credo che la forza della leadership la devi rispettare, ma devi anche porti nella condizione di superarla, creando una comunità che abbia  nuove regole. È un po’ la differenza che c’è nelle imprese tra la prima e la seconda generazione. La prima generazione è eroica e la seconda resiste se si dà delle regole.

Per finire una curiosità. Lei si occupato a lungo della Francia anche con pubblicazioni e analisi politiche. Macron sarà più De Gaulle o Mitterand?

Quello che gli auguro è che possa essere entrambi. Tutti e due sono ricordati e riportati alla quinta repubblica anche se  Mitterand è più uomo della quarta. De Gaulle l’ha creata e Mitterand ha regnato per 14 anni. È stato quello che ha regnato di più. Detto questo se mi chiede in maniera secca le rispondo che sarà più Mitterand che De Gaulle.

È tempo di De Gaulle o di Mitterand oggi in Europa?

Credo che uno dei problemi che noi abbiamo è che non abbiamo leader europei all’altezza né dell’uno che dell’altro. Servirebbe più de Gaulle. Ma temo che logica di Macron non sia quella della Quinta repubblica. La Quinta repubblica richiede partiti forti e stabili che possano creare un collegamento tra il capo dello stato e la maggioranza governativa. Macron è il frutto della destrutturazione di questi partiti. O si crea un partito “macronista” oppure la logica della quinta repubblica, così come l’abbiamo riconosciuta, va in crisi.

 

© Tribunapoliticaweb.it - riproduzione riservata

CONDIVIDI