Non rassegnamoci al  sepolcro, alle umiliazioni, alla dignità calpestata. "Con la  Risurrezione, Cristo non ha solamente ribaltato la pietra del  sepolcro, ma vuole anche far saltare tutte le barriere che ci chiudono nei nostri sterili pessimismi, nei nostri calcolati mondi concettuali  che ci allontanano dalla vita, nelle nostre ossessionate ricerche di  sicurezza e nelle smisurate ambizioni capaci di giocare con la dignità altrui". Lo ha ammonito papa Francesco durante l'omelia pronunciata  nel corso della Veglia pasquale nella Basilica vaticana. Il Pontefice  si è soffermato sul dolore di quanti sono sfruttati, sulle vittime  della tratta, sul dramma dei migranti, sulle conseguenze dell'egoismo, denunciando gli effetti della corruzione. E ha esortato "a non  rassegnarci al fatto che le cose debbano finire così".       

"'Dopo il sabato, all'alba del primo giorno della settimana, Maria di  Magdala e l'altra Maria andarono a visitare il sepolcro'. Possiamo  immaginare quei passi…: il tipico passo di chi va al cimitero, passo  stanco di confusione, passo debilitato di chi non si convince che  tutto sia finito in quel modo… Possiamo immaginare i loro volti  pallidi, bagnati dalle lacrime… E la domanda: come può essere che  l'amore sia morto? A differenza dei discepoli, loro - ha sottolineato  Bergoglio - sono lì - come hanno accompagnato l'ultimo respiro del  Maestro sulla croce e poi Giuseppe di Arimatea nel dargli sepoltura -; due donne capaci di non fuggire, capaci di resistere, di affrontare la vita così come si presenta e di sopportare il sapore amaro delle  ingiustizie".  

Nel volto delle due Marie, ha osservato il Papa,  "possiamo trovare i volti di tante madri e nonne, il volto di bambini  e giovani che sopportano il peso e il dolore di tanta disumana  ingiustizia. Vediamo riflessi in loro i volti di tutti quelli che,  camminando per la città, sentono il dolore della miseria, il dolore  per lo sfruttamento e la tratta. In loro vediamo anche i volti di  coloro che sperimentano il disprezzo perché sono immigrati, orfani di  patria, di casa, di famiglia; i volti di coloro il cui sguardo rivela  solitudine e abbandono perché hanno mani troppo rugose. Esse  riflettono il volto di donne, di madri che piangono vedendo che la  vita dei loro figli resta sepolta sotto il peso della corruzione che  sottrae diritti e infrange tante aspirazioni, sotto l'egoismo  quotidiano che crocifigge e seppellisce la speranza di molti, sotto la burocrazia paralizzante e sterile che non permette che le cose  cambino. Nel loro dolore, esse hanno il volto di tutti quelli che,  camminando per la città, vedono crocifissa la dignità".      

  Il Pontefice ha invitato a non rassegnarsi, a non lasciarsi abbattere  dalle sconfitte e da chi calpesta la nostra dignità: "Il nostro cuore  sa che le cose possono essere diverse, però, quasi senza accorgercene, possiamo abituarci a convivere con il sepolcro, a convivere con la  frustrazione. Di più, possiamo arrivare a convincerci che questa è la  legge della vita anestetizzandoci con evasioni che non fanno altro che spegnere la speranza posta da Dio nelle nostre mani. Così sono, tante  volte, i nostri passi, così è il nostro andare, come quello di queste  donne, un andare tra il desiderio di Dio e una triste rassegnazione.  Non muore solo il Maestro: con Lui muore la nostra speranza".   

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