Al via, da oggi, alla Camera la discussione sull'attività della Commissione Moro, dopo che in Aula è arrivata la relazione sulle attività e sui risultati di due anni di lavoro dell'organismo parlamentare presieduto da Beppe Fioroni. Voto previsto martedì o mercoledì. Il documento - composto dalle due relazioni del 2015 e del 2016 - presenta le ultime novità sull'affaire Moro, messe nero su bianco dai parlamentari, che hanno puntato i riflettori, in particolare, sulla possibilità che Moro sia stato nascosto in più covi, sul fatto che a via Fani furono feriti anche alcuni brigatisti, e sulla ipotesi che ci sia stata una concreta trattativa per la liberazione di Moro, in cui presero parte i palestinesi e lo stesso leader Arafat. I brigatisti, per quanto sostenuto nel testo, potrebbero avere avuto "un punto d'appoggio" nell'area della Balduina, nella zona di via Fani. Un covo-prigione, dove potrebbero essere state occultate, in un garage, le auto dei terroristi usate per la strage della scorta e il rapimento di Moro. Due palazzine sono di interesse per la vicenda, spiegano i commissari, si tratta di due stabili "che potrebbero essere appartenuti allo Ior all'epoca" e "registrano una serie di presenze significativamente legate all'area politico-ideologica in cui è maturato il sequestro dell'onorevole Moro". Per quanto riguarda il possibile ferimento di brigatisti a via Fani "il riesame degli atti di polizia, ha consentito anche di porre la questione della probabile presenza di più brigatisti feriti e dell'eventuale 'copertura medica' di cui si siano avvalsi", si legge nella relazione presentata alla Camera. Secondo quanto emerso "in tre auto sono state accertate tracce di sangue", si legge nel documento della Commissione, lasciando supporre che la dinamica di quanto avvenne il 16 marzo in via Fani non sia del tutto chiarita, vista l'ipotesi di altri colpiti durante l'attacco. Infine l'ipotesi di una trattativa avanzata con l'interessamento dei palestinesi. "I contatti (messi in campo dal palestinesi, ndr) non erano finalizzati solo ad acquisire informazioni ma alla realizzazione di una trattativa e furono serrati fino all'inizio di maggio, quando le speranze di salvare Moro divennero addirittura forti". In uno dei passaggi della relazione presentata, i parlamentari ricostruiscono i tentativi di arrivare alla salvezza di Moro, attraverso la trattativa che passava per i palestinesi: "I documenti nella disponibilità dimostrano che l'attivazione dei palestinesi durante il sequestro fu continuativa". Un documento del 18 marzo 78 riporta la comunicazione del colonnello Giovannone, del giorno prima, il quale riferisce che 'George Habbash, contattato stanotte da Arafat ….. sin dalle prime ore di stamattina ha attivato i suoi elementi in Europa occidentale per avere notizie". "Personalmente - si legge nel testo - Yasser Arafat sviluppò la ricerca di un contatto qualificato, soprattutto tramite esponenti della Raf tedesca, per giungere a dialogare con le Br. Ma l'evoluzione dei rapporti con le organizzazioni terroristiche europee e l'Olp fu negativa, pertanto fu attivato un canale tramite l'organizzazione studentesca palestinese Gups in Italia: due studenti palestinesi residenti in Italia si attivarono dunque per stabilire un incontro con i brigatisti", ma la trattativa non ebbe successo. Torna a Roma l'arcivescovo Antonio Mennini, nunzio apostolico in Gran Bretagna. Un rientro, previsto per il prossimo mese, come riporta il network britannico, premier.org.uk, dopo quasi 40 anni, da quando l'allora don Mennini lasciò Roma, nei giorni immediatamente successivi al tragico epilogo del rapimento Moro, con l'uccisione del leader Dc. Nel 1978, il sacerdote, trentenne, era viceparroco nella capitale, nella chiesa di Santa Lucia, al Trionfale, a poche centinaia di metri dall'abitazione del presidente della Democrazia Cristiana. Durante i drammatici 55 giorni, il giovane prete diocesano fu il 'canale segreto' tramite cui i carcerieri di Moro e lo stesso leader Dc, recapitavano i messaggi dalla prigione del popolo. La Santa Sede lo fece allontanare dalla Capitale, nominandolo diplomatico. Viaggi in Congo, Turchia, Bulgaria, Russia e Uzbekistan. Poi nel 2002 viene mandato a Mosca, in pianta stabile, come Nunzio apostolico, infine, nel 2010 passa a Londra. Ora il rientro a casa, con destinazione la Segreteria di Stato Vaticana. Don Antonello, uno degli undici figli di un importante funzionario dello Ior, la banca vaticana diretta allora da monsignor Marcinkus, formatosi dai gesuiti del collegio Massimo, si è trovato, forse su indicazione dello stesso Moro, a fare da 'postino', consegnando le lettere del prigioniero dei terroristi. Il suo nome non figura, però, in alcuna deposizione dei tanti processi Moro. Da lui il Vaticano, fino al marzo del 2015, ha sempre ottenuto il riserbo, tenendolo lontano dai tribunali, non permettendo che la Polizia o le autorità giudiziarie lo interrogassero. Poi la svolta, con la sua deposizione di fronte ai ai parlamentari della Commissione di inchiesta sul caso Moro, nel marzo del 2015, pare voluta dallo stesso Papa che ora lo riporta a Roma. Dichiarazioni quelle del vescovo - di fronte a Fioroni e ai parlamentari della Commissione parlamentare che indaga sul Caso Moro - che però non portarono a novità di rilievo, perché l'ecclesiastico disse, più volte, di "non aver visitato Moro durante i 55 giorni". Una "leggenda metropolitana che persiste - ribadì - . Ma io purtroppo non ho mai incontrato Moro per consolarlo". - Per poi aggiungere, sibillino, che qualora ci fosse stata anche una confessione "che non avvenne", non ne avrei potuto parlare, perché "sono segrete le circostanze della confessione e anche i luoghi della confessione, e questa è una legge divina e non positiva su cui nessuno può intervenire, neanche il Papa". Parole che lasciarono dubbi in molti parlamentari presenti. Mennini ha invece confermato il suo ruolo di postino, ricordando che fece da emissario per tre volte, prendendo varie lettere dello statista, tra cui quella per Paolo VI. "Infine recapitai alla famiglia la lettera di addio di Moro", ha ricordato Mennini. "Il giovane sacerdote raggiunse Aldo Moro nel covo delle Brigate Rosse e noi non lo scoprimmo. Ci scappò Don Mennini", ebbe a dire qualche anno fa Francesco Cossiga, ministro dell'Interno ai tempi del sequestro Moro, ricordando quella falla, non l'unica, nell'attività delle forze dell'ordine che si trovarono a fronteggiare l'operazione delle Br, che avevano colpito al cuore dello Stato. Di lui era stato proprio lo stesso Cossiga a dire che avrebbe confessato Moro, "dandogli la comunione poco prima dell'assassinio".
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